MANTO STRADALE, BUCHE, DANNO DA INSIDIA, A CHI CHIEDERE IL RISARCIMENTO?

l principio dell’affidabilità delle strade aperte al pubblico traffico non può essere limitato al solo letto strada, ma si estende anche a quelle insidie che possono crearsi per effetto del nascere o dell’evolversi di vari eventi quali quelli atmosferici

 Detti eventi possono essere tali da trasformare una buca, a causa delle sue notevoli dimensioni, in un pericolo occulto (insidia) e non prevedibile, con conseguente responsabilità della p.a. per i danni che siano derivati dalla presenza della stessa, qualora non sia stata adeguatamente segnalata.

La responsabilità dell’Amministrazione si presume ai sensi dell’art. 2051 c.c. in base al principio della responsabilità oggettiva, che prescinde dalla colpa o dalla malafede.

Tale responsabilità, in caso di danni prodotti a cose o/e persone si viene a determinare per il semplice rapporto oggettivo di custodia del bene pubblico (leggi manto stradale, marciapiede), salvo che la P.A. dimostri che l’evento si è verificato per un caso fortuito, ovvero per un fatto imprevedibile ed inevitabile. Certo è, che non può essere considerato caso fortuito, l apertura di una buca a seguito di una pioggia o nevicata, atteso che la buona manutenzione delle strade rappresenta onere degli enti pubblici, che non può essere scaricata sulle intemperie climatiche!!!

Pertanto, al fini di agevolare la propria posizione di soggetto danneggiato fotografare la buca o l’avvallamento e verificare la presenza di testimoni.

Quindi chiamare i vigili o la polizia stradale e procurarsi di seguito copia del verbale.

Qualora si siano subiti danni fisici, rivolgersi al primo p.s. oltre ovviamente al fine di ricevere le prime cure mediche all’uopo necessarie, importante è ottenere il certificato medico attestante le lesioni riportate.

Qualora a questo punto si voglia intentare causa all’Ente proprietario della carreggiata, occorre invitare la P.A. ad una procedura di negoziazione assistita, al fine di tentare una risoluzione bonaria della controversia, che in caso di mancato accordo, costituirà condizione di procedibilità per azionare la domanda giudiziale di risarcimento danni.

PROCEDURA PER IL RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE DEGLI STRANIERI.

CHI PUO’ RICHIEDERE IL RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE ?Lo straniero residente in Italia, titolare di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno in corso di validità, di durata non inferiore ad un anno, rilasciato per i seguenti motivi:lavoro subordinato;lavoro autonomo;asilo politicostudio;motivi religiosi;motivi di famiglia.
COSA BISOGNA AVERE PER POTER RICONGIUNGERE UN FAMILIARE ?
 1)  UN ALLOGGIOIl richiedente deve avere la disponibilità di un alloggio che possa ospitare i familiari che devono essere ricongiunti.Il competente ufficio comunale rilascia il certificato di idoneità alloggiativa , cioè la dichiarazione di quante persone possono abitare nell’alloggio e che l’abitazione rispetta i requisiti igienico-sanitari
 2)  UN REDDITO  Il richiedente deve avere la disponibilità di un reddito minimo annuo derivante da fonti lecite “non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale aumentato della metà dell’importo dell’assegno sociale per ogni familiare da ricongiungere. ” (VEDI TABELLA SOTTO)Nel calcolo non si tiene conto solo del reddito del richiedente, ma “del reddito annuo complessivo dei familiari conviventi” che deve essere opportunamente documentato. TABELLA ESEMPLIFICATIVA PER L’ANNO 2019 
  RICONGIUNGIMENTOReddito Annuo     
 1 familiare8.931,00
 2 familiari11.908,00
 3 familiari14.885,00
 4 familiari17.862,00
 5 familiari                                             20.839,00

RICONGIUNGIMENTO CON FIGLI MINORI DI 14 ANNIReddito Annuo    
 Richiesta di 2/3/4/5… minori 14 anni                                                11.908,00
                                                   
 Richiesta di 1 minore 14 anni + 1 adulto11.908,00
 Richiesta di 1 minore 14 anni + 2 adulti14.885,00
 Richiesta di 1 minore 14 anni + 3 adulti17.862,00
 Richiesta di 1 minore 14 anni + 4 adulti20.839,00
  
 Richiesta di 2/3/4/5… minori di 14 anni + 1 adulto                                                     14.885,00
 Richiesta di 2 o più minori di 14 anni + 2 adulti                                                              17.862,00
 Richiesta di 2 o più minori di 14 anni + 3 adulti                                                     20.839,00
 Richiesta di 2 o più minori di 14 anni + 4 adulti                                                              23.815,00

 Per i titolari dello status di rifugiato e per coloro che godono della protezione sussidiaria, si rimanda all’art.29 bis del D.Lg.vo 286/98.Dal 17 agosto 2017 la domanda di nulla osta al ricongiungimento familiare deve essere inoltrata con le consuete modalità telematiche dal cittadino straniero regolarmente soggiornante in Italia corredata della documentazione relativa al possesso dei requisiti circa il reddito e l’alloggio.I documenti da presentare  .

La nuova procedura consentirà il rilascio del nulla osta entro 90 giorni dalla data di presentazione della domanda; il richiedente, infatti, potrà recarsi presso lo Sportello Unico solo per la consegna degli originali dei documenti e, se gli stessi risulteranno congruenti con quelli inviati telematicamente e già valutati idonei dall’Ufficio, gli verrà consegnata subito la comunicazione di avvenuto rilascio del nulla osta al ricongiungimento familiare.

DECRETO LEGGE DEL 26 OTTOBRE 2019 N. 124.

Tra le diverse disposizioni in materia di contrasto all’evasione fiscale, il decreto in oggetto prevede una ulteriore proroga alla c.d. “rottamazione delle cartelle”.
In tal senso prevede:
Riapertura del termine di pagamento della prima rata della definizione agevolata ex art. 3 D.L. 119/2018 (articolo 37
La scadenza di pagamento del 31 luglio 2019 prevista dall’articolo 3, comma 2, lettere a) e b), 21, 22, 23 e 24, del D.L. 23.10.2018, n. 119, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2018, n. 136, è fissata al 30 novembre 2019.

ABUSI PSICOLOGICI E DIPENDENZA

  1. CHIUNQUE PUO’ ESSERE VITTIMA DI ABUSO
  2. L’ABUSANTE MENTE, INGANNA, TRUFFA
  3. GLI AUTORI DI VIOLENZA PSICOLOGICA SONO PREVALENTEMENTE PERSONE CON DISTURBO NARCISISTICO O PSICOPATICO DI PERSONALITA’
  4. CHI ABUSA NE E’ CONSAPEVOLE E TRAE PERSONALE VANTAGGIO
  5. GLI ABUSANTI VIOLENTI PSICOLOGICAMENTE SONO PENALMENTE RESPONSABILI E PERSEGUIBILI
  6. L’UNICO MODO PER CHIUDERE UN RAPPORTO VIOLENTO E’ ALLONTANARSI.

ULTIME SENTENZE IN MATERIA DI CITTADINANZA

Consiglio di Stato, sez. III, 06/09/2016, n. 3819 (concessione/diniego – discrezionalità – ratio).
In sede di giurisdizione amministrativa di legittimità il provvedimento di diniego della concessione della cittadinanza italiana allo straniero è sindacabile per i suoi eventuali profili di eccesso di potere (ad es. per travisamento dei fatti o inadeguata motivazione), ma è insindacabile per i profili di merito inerenti la valutazione dell’Amministrazione la quale, dal fatto che i componenti della famiglia dell’istante da oltre venti anni si trovano nel Paese d’origine, mentre egli vive in Italia con un fratello, ha ragionevolmente desunto il suo mancato inserimento nella comunità italiana ed ha attribuito rilievo alla sua mancanza di forti legami nel territorio nazionale e alla mancata prova della sua integrazione nel tessuto sociale.

 T.A.R. Roma (Lazio), sez. II, 01/04/2014, n. 3582 (acquisto della cittadinanza – carattere discrezionale – circostanze atte a dimostrare l’integrazione nel tessuto sociale)
Le valutazioni finalizzate all’accertamento di una responsabilità penale si pongono su di un piano assolutamente differente ed autonomo rispetto alla valutazione del medesimo fatto ai fini dell’adozione di un provvedimento amministrativo con la possibilità che le risultanze fattuali oggetto della vicenda penale possono valutarsi negativamente, sul piano amministrativo, anche a prescindere dagli esiti processuali.
La concessione della cittadinanza italiana è frutto di un’attività discrezionale che si esplica in un potere valutativo circa l’avvenuta integrazione dello straniero nella comunità nazionale sotto molteplici profili. In particolare, la discrezionalità non può che tradursi in un apprezzamento di opportunità, circa lo stabile inserimento dello straniero nella comunità nazionale; quanto sopra sulla base di un complesso di circostanze, atte a dimostrare l’integrazione del soggetto interessato nel tessuto sociale, sotto il profilo delle condizioni lavorative, economiche, familiari e di irreprensibilità della condotta. L’art. 6, l. n. 91 del 1992 indica, invece, alcune ipotesi preclusive all’acquisto della cittadinanza italiana richiesta ai sensi dell’art. 5 della medesima legge, ma che si devono ritenere applicabili a fortiori anche all’ipotesi della cittadinanza richiesta ai sensi dell’art. 9, lett. f), l. n. 91 del 1992.

Consiglio di Stato, sez. VI, 03/02/2011, n. 766 (acquisto della cittadinanza – carattere discrezionale (mezzi di sostentamento – solidarietà nella collettività nazionale – prelievo fiscale))
Il diniego della concessione della cittadinanza non impedisce la riproposizione dell’istanza. È evidente infatti che, resta comunque salva la possibilità, per l’interessato, di riproporre la domanda al verificarsi di tutte le condizioni legittimanti, non ostandovi il pregresso diniego (trattandosi di provvedimento reso sotto la condizione implicita “rebus sic stantibus”).
Legittimamente viene negata la cittadinanza italiana in carenza di prova in ordine ai mezzi di sostentamento necessari per la stabile permanenza in Italia, anche se di fatto vi provvede il padre del richiedente. Infatti la verifica della Amministrazione in ordine ai mezzi di sostentamento dell’istante non è soltanto funzionale a soddisfare primarie esigenze di sicurezza pubblica, considerata la naturale propensione a deviare del soggetto sfornito di adeguata capacità reddituale; ma è anche funzionale all’accertamento del presupposto necessario a che il soggetto sia poi in grado di assolvere i doveri di solidarietà sociale di concorrere con i propri mezzi, attraverso il prelievo fiscale, a finanziare la spesa pubblica funzionale all’erogazione dei servizi pubblici essenziali.

Consiglio di Stato, sez. VI, 24/04/2009, n. 2561 (Giustizia amministrativa – Competenza per territorio – Controversia riguardante il diniego di cittadinanza italiana – TAR Lazio sede di Roma – Ragioni)
La controversia originata dal ricorso avverso il diniego della cittadinanza italiana rientra nella competenza del Tar Lazio, Roma, poiché il provvedimento impugnato, oltre che provenire dal Ministero dell’Interno, e quindi da un organo centrale dello Stato, esplica i suoi effetti su tutto il territorio nazionale poiché impedisce al richiedente l’acquisto dello status di cittadino italiano.

L’ISTITUTO DELLA CITTADINANZA ITALIANA

  • Il termine “cittadinanza” indica il rapporto tra un individuo e lo Stato di appartenenza; rappresenta uno status al quale l’ordinamento giuridico ricollega il godimento dei diritti civili e politici. In Italia il moderno concetto di cittadinanza si sviluppa a partire dal momento della costituzione dello Stato unitario ed è attualmente disciplinato dalla Legge 5 febbraio 1992 n. 91 e relativi regolamenti di esecuzione (DPR 12 ottobre 1993 n. 572 e DPR 18 aprile 1994 n. 362).
  • La cittadinanza italiana normalmente si acquista con la nascita:
  • iure sanguinis, se si nasce o si è adottati da cittadini italiani (anche se è cittadino italiano uno solo dei genitori);
  • iure soli, se si nasce in territorio italiano e i genitori sono apolidi o ignoti o non possono trasmettere la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza, oppure se si nasce in territorio italiano da genitori stranieri risiedendo legalmente ed ininterrottamente in Italia dalla nascita fino al raggiungimento della maggiore età (in questo ultimo caso il soggetto deve dichiarare di voler acquistare o meno la cittadinanza italiana entro un anno dal raggiungimento della maggiore età).
  • In alternativa, la cittadinanza si può acquisire a seguito di una manifestazione di volontà: può, infatti, essere richiesta dallo straniero non comunitario che risiede in Italia da almeno 10 anni ed è in possesso di determinati requisiti – tra cui, in particolare, reddito sufficiente al sostentamento, assenza di precedenti penali, assenza di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica (non è necessario avere commesso dei reati della specie, ma è sufficiente essere stati segnalati per comportamenti altamente sospetti in ordine alla sicurezza dello Stato). Numerosi sono i casi per i quali il periodo di residenza occorrente è inferiore: 3 anni per lo straniero di cui il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati italiani per nascita o per lo straniero nato in Italia e ivi residente, 4 anni per il cittadino di uno Stato aderente all’Unione Europea e 5 anni di residenza legale successivi all’adozione per lo straniero maggiorenne o al riconoscimento dello status per l’apolide o il rifugiato politico; non è previsto il requisito della residenza per lo straniero che ha prestato servizio anche all’estero per lo Stato Italiano per almeno cinque anni.
  • Dal momento che la concessione della cittadinanza è un provvedimento discrezionale – non esiste, cioè, alcun obbligo di soddisfare la richiesta da parte dell’Autorità cui questa viene rivolta – situazioni quali, ad es., una querela rimessa o un piccolo precedente penale possono essere considerate sintomo di un atteggiamento asociale o di una scarsa integrazione nel contesto di appartenenza, e contribuire al rigetto della richiesta stessa.
  • La residenza stabile in Italia può essere sicuramente dimostrata in base alle risultanze anagrafiche, ma è possibile utilizzare allo scopo qualsiasi altra documentazione idonea (p. es., bollette di fornitura di luce / gas, contratto di affitto).
  • Si può diventare cittadini italiani, sempre facendone richiesta, anche a seguito di matrimonio con un cittadino italiano. In tale ipotesi è necessario aver risieduto legalmente in Italia per almeno 2 anni dopo il matrimonio (termine ridotto della metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi – se si risiede all’estero occorre attendere 3 anni, termini ridotti alla metà in presenza dei figli); il matrimonio deve essere valido ed il vincolo coniugale attuale nel momento dell’adozione del decreto; infine è parimenti indispensabile che non sussistano precedenti penali per delitti contro la personalità dello Stato o per i quali sia prevista una pena non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione, sentenze di condanna da parte di un’Autorità giudiziaria straniera ad una pena superiore ad un anno per reati non politici, oppure motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica.
  • E’ inoltre possibile che la cittadinanza venga concessa con Decreto del Presidente della Repubblica per meriti speciali allo straniero che abbia reso eminenti servizi all’Italia, o quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato; l’avvio della procedura non richiede un atto di impulso del soggetto interessato, ma necessita di una proposta avanzata da enti, personalità pubbliche o associazioni che comprovino una diffusa valutazione circa la sussistenza dei requisiti previsti dalla legge in capo all’eventuale destinatario; è comunque sempre necessaria la dichiarazione di assenso dell’interessato all’acquisto della cittadinanza.
  • Infine, il riconoscimento della cittadinanza italiana può avvenire anche in base a leggi speciali (L. 14 dicembre 2000 n. 379 per le persone nate e già residenti nei territori dell’ex Impero austro-ungarico e ai loro discendenti; L. 8 marzo 2006 n. 124 per i connazionali residenti dal 1940 al 1947 in Istria, Fiume e Dalmazia e per quelli residenti sino al 1977 nella zona B dell’ex Territori
  • L’acquisto della cittadinanza italiana non determina la perdita della cittadinanza originaria (né viceversa: è ammessa, difatti, la c.d. “doppia o tripla cittadinanza”) a meno che lo Stato di provenienza (o acquisizione) non imponga la scelta.
  • Diversa cosa è la cittadinanza europea: essa non rappresenta un vero e proprio status che si acquisisce. Ogni cittadino di un Paese membro della UE, oltre alla cittadinanza del paese di origine, gode anche della cittadinanza europea. Secondo la testuale dizione del trattato di Maastricht (TUE), è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro.
  • La cittadinanza dell’Unione europea comporta una serie di norme e diritti ben definiti, che si possono raggruppare in quattro categorie:
  • • la libertà di circolazione e di soggiorno su tutto il territorio dell’Unione;
  • • il diritto di votare e di essere eletto alle elezioni comunali e a quelle del Parlamento Europeo nello Stato membro di residenza;
  • • la tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro in un paese terzo nel quale lo Stato di cui la persona in causa ha la cittadinanza non è rappresentato;
  • • il diritto di presentare petizioni al Parlamento europeo e ricorsi al mediatore europeo.
  • Il primo passo necessario per ottenere la cittadinanza italiana è costituito dalla presentazione della richiesta di cittadinanza, che); la pratica, una volta inviata, viene inserita in un sistema interattivo al quale accedono in contemporanea tutti i vari organi che si occupano del procedimento.
  • Il primo controllo che viene effettuato è un controllo di formalità sui documenti presentati (Prefettura), quindi ha inizio l’iter di formazione del procedimento: i documenti vengono inseriti in un fascicolo elettronico di modo da consentire l’istruttoria durante la quale vengono effettuate le verifiche sulla documentazione presentata, acquisiti pareri dai vari organi coinvolti e raccolte informazioni e dati, effettuate le indagini riguardo la residenza effettiva del richiedente, il suo nucleo familiare, il grado di integrazione, la sicurezza, le fonti di reddito, la conoscenza della lingua italiana e via dicendo; a completamento delle indagini, le Forze di Polizia provvedono ad effettuare controlli sulla condotta del richiedente cittadinanza e dei suoi familiari: è sulla base delle informazioni ottenute durante questa fase che il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Direzione Centrale Cittadinanza – del Ministero dell’Interno valuterà se concedere o meno la cittadinanza.
  • La valutazione del grado di integrazione si basa sulla sufficiente conoscenza dei principi dell’ordinamento giuridico italiano – che emergono per mezzo di semplici domande effettuate dalla polizia durante il colloquio – e sulla valutazione della posizione lavorativa e reddituale dell’istante: è dunque necessario che il richiedente porti con sé tutta la documentazione inerente il proprio reddito e quello di ogni membro della famiglia convivente e che specifichi se l’alloggio nel quale risiede – che deve essere adeguato al nucleo familiare – sia di sua proprietà o sia nella sua disponibilità in ragione di un contratto di locazione.
  • È richiesta, inoltre, un’adeguata conoscenza della lingua italiana (almeno livello B1).
  • Dal 1° giugno 2012 la cittadinanza per matrimonio viene decretata direttamente dalla Prefettura, sempre che nel corso dell’istruttoria non emergano elementi ostativi inerenti la sicurezza della Repubblica, caso in cui la competenza torna al Ministero dell’Interno (questa ipotesi rappresenta l’unico caso in cui l’ottenimento della cittadinanza costituisce un diritto soggettivo e non un interesse legittimo).
  • Il secondo passo dell’iter di concessione della cittadinanza si svolge presso il Ministero della Giustizia: qui viene rilasciato il rapporto del Casellario Giudiziale, che riporta non solo le condanne eventualmente subite dal richiedente ma anche una informativa sui suoi trascorsi penali e sui carichi pendenti, pure se minimi; tutti questi dati vengono trasmessi direttamente per via telematica dal Tribunale competente.
  • L’ultima fase del procedimento è costituita dal parere del Dipartimento della Pubblica Sicurezza: questo, all’esito dell’esame di tutti i dati raccolti e di quelli che gli vengono forniti dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale, che dipende dal Dipartimento stesso, emette un parere nel quale determina se il richiedente cittadinanza italiana possa o meno essere considerato un pericolo per l’ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato; con questo parere termina l’istruttoria e la pratica passa al Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Direzione Centrale Cittadinanza – del Ministero (fase valutativa) il quale, a seconda di quanto è emerso durante la fase istruttoria, può in alternativa:
  • – richiedere ulteriori indagini nel caso vi siano dei dubbi;
  • – predisporre il decreto di diniego della cittadinanza qualora siano emerse criticità per lo Stato o la documentazione fosse carente dei requisiti di legge;
  • – sentito il Consiglio di Stato, predisporre il decreto di concessione della cittadinanza ai sensi art. 9 L.91/92, che deve essere inviato alla firma del Presidente della Repubblica.
  • Completato così il procedimento di formazione, il decreto viene trasmesso alla Prefettura per la notifica all’interessato: da questo momento ci sono 6 mesi di tempo per prestare il giuramento presso il Comune di residenza pena l’inefficacia del provvedimento (l’acquisto dello status decorre dal giorno seguente il giuramento).
  • Il termine per la definizione del procedimento è di 48 mesi dalla data di presentazione della domanda, decorso inutilmente il quale l’interessato può rivolgersi al Tribunale Civile del luogo ove risiede per chiedere una sentenza che accerti la cittadinanza (il termine è stato modificato di recente, ma con effetti retroattivi: si applica, cioè, anche alle richieste già pendenti al momento dell’entrata in vigore della modifica). L’eventuale rifiuto di concessione della cittadinanza deve essere anticipato dal preavviso di rigetto ai sensi dell’art 10 bis della legge 241/90 (comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza), in difetto del quale l’interessato riacquista la possibilità di integrare la documentazione mancante o presentare eventuali elementi utili al perfezionamento dell’istanza.
  • In caso di preavviso di rigetto ex art. 10 bis L. 241/90, l’Amministrazione comunica al richiedente la propria intenzione di respingere l’istanza invitandolo a presentare alla stessa Amministrazione una memoria scritta entro 10 giorni. Vi è dunque la possibilità di avviare un dialogo tra la P.A. procedente ed il soggetto istante prima che il procedimento addivenga alla fase strettamente decisoria, e se le argomentazioni presentate dall’istante risultino fondate l’amministrazione procedente potrebbe rivedere il proprio orientamento e decidere anche di concedere la cittadinanza. La possibilità di interloquire con la P.A. prima del rigetto dell’istanza costituisce inoltre una forma di tutela endoprocedimentale, anticipata rispetto al ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento negativo, che potrebbe portare ad un esito favorevole all’istante in tempi decisamente più brevi e a costi inferiori. In ogni caso, la presentazione “per iscritto di osservazioni, eventualmente corredate da documenti” è essenziale per dimostrare di non aver manifestato, in nessun modo, acquiescenza rispetto al provvedimento di diniego preannunciato dall’Amministrazione e insieme per rimarcare una ferma motivazione ad ottenere la cittadinanza.
  • La cittadinanza viene revocata ai colpevoli di reati con finalità di terrorismo. La revoca della cittadinanza è adottata con Decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministero dell’Interno, entro tre anni dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna.
  • Nel caso in cui, invece, si arrivi al provvedimento di diniego della cittadinanza italiana si può proporre ricorso al TAR del Lazio – sede di Roma – perché accerti se la Pubblica Amministrazione, sulla base degli elementi acquisiti, abbia o meno provveduto correttamente nel respingere l’istanza (la competenza del TAR del Lazio è stata affermata dal Consiglio di Stato in quanto il ricorso investe un atto – diniego di conferimento della cittadinanza italiana – emesso da una Autorità centrale dello Stato ed avente efficacia erga omnes e sulla base di principi rilevanti per la collettività nazionale in cui tale soggetto aveva chiesto di inserirsi – decisione 2561 del 24/04/2009).

Il precedente Parlamento aveva discusso un testo di modifica della legge attualmente in vigore che prevede il c.d. “ius soli temperato”:
– i bambini figli di stranieri che nascono in Italia acquisiscono la cittadinanza se almeno uno dei due genitori “è residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni, antecedenti alla nascita” o anche se uno dei due genitori, benché straniero, “è nato in Italia e ivi risiede legalmente, senza interruzioni, da almeno un anno” – la cittadinanza italiana verrebbe assegnata automaticamente al momento dell’iscrizione alla anagrafe;
– i minori nati in Italia senza questi requisiti e quelli arrivati in Italia sotto i 12 anni potranno ottenere la cittadinanza se avranno “frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale”;
– i ragazzi arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, infine, potranno avere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni e aver frequentato “un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo

VADEMECUM REDDITO DI CITTADINANZA

Il RDC è riconosciuto ai nuclei familiari in possesso cumulativamente, al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, dei seguenti requisiti:

a)  con riferimento ai requisiti di cittadinanza, residenza e soggiorno, il componente richiedente il beneficio deve essere cumulativamente:

1)  in possesso della cittadinanza italiana o di Paesi facenti parte dell’Unione europea, ovvero suo familiare, come individuato dall’articolo 2, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero cittadino di Paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;

2)  residente in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi due, considerati al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, in modo continuativo; 

b)  con riferimento a requisiti reddituali e patrimoniali, il nucleo familiare deve possedere:

1)  un valore dell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013, n. 159, inferiore a 9.360 euro; nel caso di nuclei familiari con minorenni, l’ISEE è calcolato ai sensi dell’articolo 7 del medesimo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 159 del 2013;

2)  un valore del patrimonio immobiliare, in Italia e all’estero, come definito a fini ISEE, diverso dalla casa di abitazione, non superiore ad una soglia di euro 30.000;

3)  un valore del patrimonio mobiliare, come definito a fini ISEE, non superiore a una soglia di euro 6.000, accresciuta di euro 2.000 per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di euro 10.000, incrementato di ulteriori euro 1.000 per ogni figlio successivo al secondo; i predetti massimali sono ulteriormente incrementati di euro 5.000 per ogni componente in condizione di disabilità e di euro 7.500 per ogni componente in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza, come definite a fini ISEE, presente nel nucleo;

4)  un valore del reddito familiare inferiore ad una soglia di euro 6.000 annui moltiplicata per il corrispondente parametro della scala di equivalenza di cui al comma 4. La predetta soglia è incrementata ad euro 7.560 ai fini dell’accesso alla Pensione di cittadinanza. In ogni caso la soglia è incrementata ad euro 9.360 nei casi in cui il nucleo familiare risieda in abitazione in locazione, come da dichiarazione sostitutiva unica (DSU) ai fini ISEE; 

c)  con riferimento al godimento di beni durevoli:

1)  nessun componente il nucleo familiare deve essere intestatario a qualunque titolo o avente piena disponibilità di autoveicoli immatricolati la prima volta nei sei mesi antecedenti la richiesta, ovvero di autoveicoli di cilindrata superiore a 1.600 cc o motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc, immatricolati la prima volta nei due anni antecedenti, esclusi gli autoveicoli e i motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità ai sensi della disciplina vigente;

2)  nessun componente deve essere intestatario a qualunque titolo o avente piena disponibilità di navi e imbarcazioni da diporto di cui all’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo 18 luglio 2005, n. 171;

c-bis)  per il richiedente il beneficio, la mancata sottoposizione a misura cautelare personale, anche adottata a seguito di convalida dell’arresto o del fermo, nonché la mancanza di condanne definitive, intervenute nei dieci anni precedenti la richiesta, per taluno dei delitti indicati all’articolo 7, comma 3 

1-bis.  Ai fini dell’accoglimento della richiesta di cui all’articolo 5 e con specifico riferimento ai requisiti di cui al comma 1, lettera b), del presente articolo nonché per comprovare la composizione del nucleo familiare, in deroga all’articolo 3 del regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013, n. 159, i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea devono produrre apposita certificazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato estero, tradotta in lingua italiana e legalizzata dall’autorità consolare italiana, in conformità a quanto disposto dall’articolo 3 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, e dall’articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394

1-ter.  Le disposizioni di cui al comma 1-bis non si applicano: a) nei confronti dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea aventi lo status di rifugiato politico; b) qualora convenzioni internazionali dispongano diversamente; c) nei confronti di cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea nei quali è oggettivamente impossibile acquisire le certificazioni di cui al comma 1-bis. A tal fine, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, è definito l’elenco dei Paesi nei quali non è possibile acquisire la documentazione necessaria per la compilazione della DSU ai fini ISEE, di cui al citato decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 159 del 2013

2.  I casi di accesso alla misura di cui al comma 1 possono essere integrati, in ipotesi di eccedenza di risorse disponibili, con regolamento emanato ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sulla base di indicatori di disagio socioeconomico che riflettono le caratteristiche di multidimensionalità della povertà e tengono conto, oltre che della situazione economica, anche delle condizioni di esclusione sociale, di disabilità, di deprivazione socio-sanitaria, educativa e abitativa. Possono prevedersi anche misure non monetarie ad integrazione del Rdc, quali misure agevolative per l’utilizzo di trasporti pubblici, di sostegno alla casa, all’istruzione e alla tutela della salute.

3.  Non ha diritto al Rdc il componente del nucleo familiare disoccupato a seguito di dimissioni volontarie, nei dodici mesi successivi alla data delle dimissioni, fatte salve le dimissioni per giusta causa. 

4.  Il parametro della scala di equivalenza, di cui al comma 1, lettera b), numero 4), è pari ad 1 per il primo componente del nucleo familiare ed è incrementato di 0,4 per ogni ulteriore componente di età maggiore di anni 18 e di 0,2 per ogni ulteriore componente di minore età, fino ad un massimo di 2,1, ovvero fino ad un massimo di 2,2 nel caso in cui nel nucleo familiare siano presenti componenti in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza, come definite ai fini dell’ISEE. 

5.  Ai fini del Rdc, il nucleo familiare è definito ai sensi dell’articolo 3 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 159 del 2013. In ogni caso, anche per la richiesta di prestazioni sociali agevolate diverse dal Rdc, ai fini della definizione del nucleo familiare, valgono le seguenti disposizioni, la cui efficacia cessa dal giorno di entrata in vigore delle corrispondenti modifiche del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 159 del 2013:

a)  i coniugi permangono nel medesimo nucleo anche a seguito di separazione o divorzio, qualora continuino a risiedere nella stessa abitazione; se la separazione o il divorzio sono avvenuti successivamente alla data del 1° settembre 2018, il cambio di residenza deve essere certificato da apposito verbale della polizia locale; 

a-bis)  i componenti già facenti parte di un nucleo familiare come definito ai fini dell’ISEE, o del medesimo nucleo come definito ai fini anagrafici, continuano a farne parte ai fini dell’ISEE anche a seguito di variazioni anagrafiche, qualora continuino a risiedere nella medesima abitazione; 

b)  il figlio maggiorenne non convivente con i genitori fa parte del nucleo familiare dei genitori esclusivamente quando è di età inferiore a 26 anni, è nella condizione di essere a loro carico a fini IRPEF, non è coniugato e non ha figli.

6.  Ai soli fini del Rdc, il reddito familiare, di cui al comma 1, lettera b) numero 4), è determinato ai sensi dell’articolo 4, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 159 del 2013, al netto dei trattamenti assistenziali eventualmente inclusi nell’ISEE ed inclusivo del valore annuo dei trattamenti assistenziali in corso di godimento da parte dei componenti il nucleo familiare, fatta eccezione per le prestazioni non sottoposte alla prova dei mezzi. Nel valore dei trattamenti assistenziali non rilevano le erogazioni riferite al pagamento di arretrati, le riduzioni nella compartecipazione al costo dei servizi e le esenzioni e agevolazioni per il pagamento di tributi, le erogazioni a fronte di rendicontazione di spese sostenute, ovvero le erogazioni in forma di buoni servizio o altri titoli che svolgono la funzione di sostituzione di servizi. Ai fini del presente decreto, non si include tra i trattamenti assistenziali l’assegno di cui all’articolo 1, comma 125, della legge 23 dicembre 2014, n. 190. I trattamenti assistenziali in corso di godimento di cui al primo periodo sono comunicati dagli enti erogatori entro quindici giorni dal riconoscimento al Sistema informativo unitario dei servizi sociali (SIUSS), di cui all’articolo 24 del decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, secondo le modalità ivi previste.

7.  Ai soli fini dell’accertamento dei requisiti per il mantenimento del Rdc, al valore dell’ISEE di cui al comma 1, lettera b), numero 1), è sottratto l’ammontare del Rdc percepito dal nucleo beneficiario eventualmente incluso nell’ISEE, rapportato al corrispondente parametro della scala di equivalenza. Per l’accesso al Rdc sono parimenti sottratti nelle medesime modalità, gli ammontari eventualmente inclusi nell’ISEE relativi alla fruizione del sostegno per l’inclusione attiva, del reddito di inclusione ovvero delle misure regionali di contrasto alla povertà oggetto d’intesa tra la regione e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali al fine di una erogazione integrata con le citate misure nazionali.

8.  Il Rdc è compatibile con il godimento della Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego (NASpI) e dell’indennità di disoccupazione per i lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata (DIS-COLL), di cui rispettivamente all’articolo 1 e all’articolo 15 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22, e di altro strumento di sostegno al reddito per la disoccupazione involontaria ove ricorrano le condizioni di cui al presente articolo. Ai fini del diritto al beneficio e della definizione dell’ammontare del medesimo, gli emolumenti percepiti rilevano secondo quanto previsto dalla disciplina dell’ISEE. 

MEDIAZIONE OBBLIGATORIA E NEGOZIAZIONE ASSISTITA OBBLIGATORIA, POSSIBILE SOVRAPPOSIZIONE?

In considerazione della possibile sovrapposizione tra le due discipline, il rapporto tra i due istituti è stato opportunamente disciplinato dall’art. 3 comma I e 5 del D.L. 132, convertito in legge n. 162/2014, che fa salve le disposizioni dettate dal decreto 28/2010.

Ciò significa che la disciplina della negoziazione assistita non sostituisce ma si affianca alla  mediazione civile e commerciale.

In applicazione di questo principio la giurisprudenza ha pertanto avuto modo di precisare che in forza, di quanto dispone il comma 1 dell’art. 3, nel caso di controversie che rientrano nel novero di quelle contemplate dall’art. 5 comma I bis d.lgs. 28/2010, la parte dovrà necessariamente esperire la mediazione obbligatoria e non la negoziazione assistita, ancorché la domanda abbia ad oggetto il pagamento di una somma di denaro contenuta entro i 50.000 euro , così ad es. nel caso di pretesa risarcitoria per fatti qualificati come diffamazione a mezzo stampa, la domanda giudiziale dovrà essere preceduta solo dalla mediazione obbligatoria, così Trib. Verona 15.05.16.

Anche se a fronte di domande distinte tra loro cumulate, come potrebbe avvenire ad esempio nel caso di domande aventi ad oggetto rispettivamente l’accertamento di un diritto reale ed una connessa pretesa risarcitoria, entrambi gli istituti potrebbero trovare applicazione, tuttavia è stato precisato che nel caso di controversie soggette a mediazione obbligatoria, la condizione di procedibilità non può considerarsi avverata qualora le parti abbiano esperito solo la  negoziazione assistita (ovviamente senza esito)! Quindi, al di fuori dei casi  di necessario esperimento della mediazione come condizione di procedibilità dell’azione giudiziaria, il rapporto tra la negoziazione assistita e la mediazione è semplicemente facoltativo, in quanto gli interessati hanno piena libertà di scegliere liberamente se attivare l’una o l’altra procedura o anche entrambe quando una delle due non abbia condotto all’accordo.

Entrambi gli istituti sono stati pensati – al di là dei possibili esiti non sempre scontati o  prevedibili in quanto lasciati comunque alla libera determinazione delle parti-  come strumenti  diretti al fine di dirimere le controversie senza ricorrere alle aule dei tribunali, già così pesantemente affollate di annose questioni irrisolte! Pertanto, non si deve parlare di sovrapponibilità, ma se mai di una duplice opportunità offerta dal legislatore per addivenire in tempi molto brevi e a costi ridotti ad una possibile ragionevole e ragionata soluzione della lite.