MANTO STRADALE, BUCHE, DANNO DA INSIDIA, A CHI CHIEDERE IL RISARCIMENTO?

l principio dell’affidabilità delle strade aperte al pubblico traffico non può essere limitato al solo letto strada, ma si estende anche a quelle insidie che possono crearsi per effetto del nascere o dell’evolversi di vari eventi quali quelli atmosferici

 Detti eventi possono essere tali da trasformare una buca, a causa delle sue notevoli dimensioni, in un pericolo occulto (insidia) e non prevedibile, con conseguente responsabilità della p.a. per i danni che siano derivati dalla presenza della stessa, qualora non sia stata adeguatamente segnalata.

La responsabilità dell’Amministrazione si presume ai sensi dell’art. 2051 c.c. in base al principio della responsabilità oggettiva, che prescinde dalla colpa o dalla malafede.

Tale responsabilità, in caso di danni prodotti a cose o/e persone si viene a determinare per il semplice rapporto oggettivo di custodia del bene pubblico (leggi manto stradale, marciapiede), salvo che la P.A. dimostri che l’evento si è verificato per un caso fortuito, ovvero per un fatto imprevedibile ed inevitabile. Certo è, che non può essere considerato caso fortuito, l apertura di una buca a seguito di una pioggia o nevicata, atteso che la buona manutenzione delle strade rappresenta onere degli enti pubblici, che non può essere scaricata sulle intemperie climatiche!!!

Pertanto, al fini di agevolare la propria posizione di soggetto danneggiato fotografare la buca o l’avvallamento e verificare la presenza di testimoni.

Quindi chiamare i vigili o la polizia stradale e procurarsi di seguito copia del verbale.

Qualora si siano subiti danni fisici, rivolgersi al primo p.s. oltre ovviamente al fine di ricevere le prime cure mediche all’uopo necessarie, importante è ottenere il certificato medico attestante le lesioni riportate.

Qualora a questo punto si voglia intentare causa all’Ente proprietario della carreggiata, occorre invitare la P.A. ad una procedura di negoziazione assistita, al fine di tentare una risoluzione bonaria della controversia, che in caso di mancato accordo, costituirà condizione di procedibilità per azionare la domanda giudiziale di risarcimento danni.

PROCEDURA PER IL RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE DEGLI STRANIERI.

CHI PUO’ RICHIEDERE IL RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE ?Lo straniero residente in Italia, titolare di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno in corso di validità, di durata non inferiore ad un anno, rilasciato per i seguenti motivi:lavoro subordinato;lavoro autonomo;asilo politicostudio;motivi religiosi;motivi di famiglia.
COSA BISOGNA AVERE PER POTER RICONGIUNGERE UN FAMILIARE ?
 1)  UN ALLOGGIOIl richiedente deve avere la disponibilità di un alloggio che possa ospitare i familiari che devono essere ricongiunti.Il competente ufficio comunale rilascia il certificato di idoneità alloggiativa , cioè la dichiarazione di quante persone possono abitare nell’alloggio e che l’abitazione rispetta i requisiti igienico-sanitari
 2)  UN REDDITO  Il richiedente deve avere la disponibilità di un reddito minimo annuo derivante da fonti lecite “non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale aumentato della metà dell’importo dell’assegno sociale per ogni familiare da ricongiungere. ” (VEDI TABELLA SOTTO)Nel calcolo non si tiene conto solo del reddito del richiedente, ma “del reddito annuo complessivo dei familiari conviventi” che deve essere opportunamente documentato. TABELLA ESEMPLIFICATIVA PER L’ANNO 2019 
  RICONGIUNGIMENTOReddito Annuo     
 1 familiare8.931,00
 2 familiari11.908,00
 3 familiari14.885,00
 4 familiari17.862,00
 5 familiari                                             20.839,00

RICONGIUNGIMENTO CON FIGLI MINORI DI 14 ANNIReddito Annuo    
 Richiesta di 2/3/4/5… minori 14 anni                                                11.908,00
                                                   
 Richiesta di 1 minore 14 anni + 1 adulto11.908,00
 Richiesta di 1 minore 14 anni + 2 adulti14.885,00
 Richiesta di 1 minore 14 anni + 3 adulti17.862,00
 Richiesta di 1 minore 14 anni + 4 adulti20.839,00
  
 Richiesta di 2/3/4/5… minori di 14 anni + 1 adulto                                                     14.885,00
 Richiesta di 2 o più minori di 14 anni + 2 adulti                                                              17.862,00
 Richiesta di 2 o più minori di 14 anni + 3 adulti                                                     20.839,00
 Richiesta di 2 o più minori di 14 anni + 4 adulti                                                              23.815,00

 Per i titolari dello status di rifugiato e per coloro che godono della protezione sussidiaria, si rimanda all’art.29 bis del D.Lg.vo 286/98.Dal 17 agosto 2017 la domanda di nulla osta al ricongiungimento familiare deve essere inoltrata con le consuete modalità telematiche dal cittadino straniero regolarmente soggiornante in Italia corredata della documentazione relativa al possesso dei requisiti circa il reddito e l’alloggio.I documenti da presentare  .

La nuova procedura consentirà il rilascio del nulla osta entro 90 giorni dalla data di presentazione della domanda; il richiedente, infatti, potrà recarsi presso lo Sportello Unico solo per la consegna degli originali dei documenti e, se gli stessi risulteranno congruenti con quelli inviati telematicamente e già valutati idonei dall’Ufficio, gli verrà consegnata subito la comunicazione di avvenuto rilascio del nulla osta al ricongiungimento familiare.

DECRETO LEGGE DEL 26 OTTOBRE 2019 N. 124.

Tra le diverse disposizioni in materia di contrasto all’evasione fiscale, il decreto in oggetto prevede una ulteriore proroga alla c.d. “rottamazione delle cartelle”.
In tal senso prevede:
Riapertura del termine di pagamento della prima rata della definizione agevolata ex art. 3 D.L. 119/2018 (articolo 37
La scadenza di pagamento del 31 luglio 2019 prevista dall’articolo 3, comma 2, lettere a) e b), 21, 22, 23 e 24, del D.L. 23.10.2018, n. 119, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2018, n. 136, è fissata al 30 novembre 2019.

Genitori non collocatari e diritto di visita dopo il DPCM 11 marzo 2020

In relazione al c.d. diritto di visita del genitore non collocatario della prole, ci si è chiesti se gli spostamenti dei genitori per prendere e riportare i figli fossero o meno necessari e leciti nel rispetto delle misure restrittive degli spostamenti (salute, stato di necessità, spesa e lavoro) assunte dal Governo a più riprese. Lo stesso Governo ha definitivamente chiarito il 10 marzo 2020 che «gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti, in ogni caso secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio». Conseguentemente i decreti ministeriali 8/9 marzo 2020 non hanno sospeso i provvedimenti che regolamentano i tempi di permanenza dei figli presso ciascuno dei genitori Tuttavia, qualora vi siano situazioni di particolare gravità o di difficile attuazione organizzativa, mai come in questo momento modalità di comunicazioni virtuali, quali Wattzapp, Skype , web cam o video chiamate possono sostituire la visita genitoriale, ovviamente senza rappresentare un sostituto da utilizzare in maniera abituale per sostituire alle normali modalità di visita genitoriale, quando terminerà l’emergenza COVID 19. Facciamo 2 esempi:

1) genitore non affidatario, che per motivi contigenti alla situazione odierna, svolge un attività che lo costringe ad essere a contatto con persone positive al Covid 19, e quindi a dover scegliere se vedere il proprio figlio o meno, secondo il proprio buon senso. Non essendo vietato il diritto di visita, il genitore decide di non vedere la prole, in questa situazione, in nessun modo il suo mancato adempimento al provvedimento del giudice concernente le modalità di affidamento e di visita, configurerebbe l’ipotesi prevista dall’ ex art. 388, 2 c. c.p., poiché in primis verrà sempre tutelata il diritto alla salute del minore, come prioritario rispetto al diritto di visita del genitore non affidatario.

2) genitore affidatario che vive in un Comune dove vive anche l’ex marito. Nel week end si allontana dalla sua residenza e rimane a dormire presso la madre che vive in un altro Comune. Nel frattempo viene varato il decreto del 10 marzo e lei non riesce a rientrare nel suo domicilio perché non munita di autoveicolo. Anche in questo caso non potrebbe applicarsi il 388 c.p, comma 2 poiché nessuna azione è stata compiuta con dolo da parte del genitore affidatario, ne tanto meno l’ex coniuge potrebbe censurare una scelta da parte della madre relativa ad un allontanamento che nelle intenzioni era preventivato e temporaneo.

Infatti, il genitore affidatario, pur obbligato a consentire l’esercizio del diritto di visita ha in ogni momento il diritto-dovere di assicurare massima tutela all’interesse preminente del minore, che nel caso in questione è connesso alla legittimità o meno del trasferimento compiuto dalla madre insieme alla figlia minore assegnata alla sua personale cura.

Per cui quello viene in evidenza è che sempre ed in ogni modo il legislatore tutela al di sopra di tutto, il diritto alla salute, rispetto al diritto di visita.

Le locazioni commerciali allo stato di emergenza COVID 19

Un chiarimento richiestomi, da parte di coloro che  sono stati costretti a chiudere la propria attività commerciale o artigianale, è la sorte delle locazioni commerciali , o per meglio dire  se sia possibile chiedere al proprio locatore la riduzione del canone per via delle contingenze dovute allo stato di emergenza Covid 19.

A questo proposito si possono prendere in esame alcune ipotesi:

  1. Innanzitutto una temporanea impossibilità non giustifica assolutamente il mancato pagamento del canone di locazione per la durata dell’impossibilità lavorativa, piuttosto potrebbe giustificare uno slittamento della rata mensile,  possibilmente in accordo con il locatore e che quest’ultimo voglia proporre di modificare equamente le condizioni del contratto, per tutta la durata dell’emergenza;
  2. Né potrebbe utilizzarsi l’art. 1467 c.c. che fa riferimento alla eccessiva onerosità contrattuale, perché si suppone che superata l’emergenza il conduttore voglia continuare la propria attività e non risolvere il contratto, come invece prevede la disposizione codicistica;
  3. volendo si potrebbe utilizzare l’art. 1464 c.c. in base al quale ottenere una parziale riduzione della prestazione, tuttavia tenendo in considerazione il fatto che tale impossibilità non ha  le caratteristiche della definitività;
  4. a parte le ipotesi de quo brevemente delineate, quello che occorre ricordare a tutti gli artigiani e commercianti che in base al Decreto Cura Italia, art. 91 DL18/2020 viene ammessa la disposizione relativa alla c.d. “impossibilità temporanea di adempiere alla propria obbligazione di cui all’art. 1256 c.c.” . Ciò fa si che a causa della mancanza di incassi si verifichi un’impossibilità di adempiere al canone stabilito per il periodo dell’emergenza, senza che le  conseguenze derivanti dall’inadempimento causato dal rispetto delle misure di contenimento, siano valutate a posteriori  ai  sensi e per gli  effetti degli artt. 1218  1223 c.c.

In definitiva, non risulta automatico il diritto ad una riduzione del canone di locazione, per ottenere ciò, non rimane che chiedere al locatore di rivedere le somme dovute in via amichevole e transattiva o in ultima istanza convocare il proprietario in mediazione in caso di rifiuto.

Non dimentichiamoci  tuttavia, che sempre sulla base del Decreto Cura Italia art. 65 “ai soggetti esercenti attività d’impresa è riconosciuto, per l’anno 2020, un credito d’imposta nella misura del 60 per cento dell’ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020, di immobili rientranti nella categoria catastale C/1.”

ABUSI PSICOLOGICI E DIPENDENZA

  1. CHIUNQUE PUO’ ESSERE VITTIMA DI ABUSO
  2. L’ABUSANTE MENTE, INGANNA, TRUFFA
  3. GLI AUTORI DI VIOLENZA PSICOLOGICA SONO PREVALENTEMENTE PERSONE CON DISTURBO NARCISISTICO O PSICOPATICO DI PERSONALITA’
  4. CHI ABUSA NE E’ CONSAPEVOLE E TRAE PERSONALE VANTAGGIO
  5. GLI ABUSANTI VIOLENTI PSICOLOGICAMENTE SONO PENALMENTE RESPONSABILI E PERSEGUIBILI
  6. L’UNICO MODO PER CHIUDERE UN RAPPORTO VIOLENTO E’ ALLONTANARSI.

ULTIME SENTENZE IN MATERIA DI CITTADINANZA

Consiglio di Stato, sez. III, 06/09/2016, n. 3819 (concessione/diniego – discrezionalità – ratio).
In sede di giurisdizione amministrativa di legittimità il provvedimento di diniego della concessione della cittadinanza italiana allo straniero è sindacabile per i suoi eventuali profili di eccesso di potere (ad es. per travisamento dei fatti o inadeguata motivazione), ma è insindacabile per i profili di merito inerenti la valutazione dell’Amministrazione la quale, dal fatto che i componenti della famiglia dell’istante da oltre venti anni si trovano nel Paese d’origine, mentre egli vive in Italia con un fratello, ha ragionevolmente desunto il suo mancato inserimento nella comunità italiana ed ha attribuito rilievo alla sua mancanza di forti legami nel territorio nazionale e alla mancata prova della sua integrazione nel tessuto sociale.

 T.A.R. Roma (Lazio), sez. II, 01/04/2014, n. 3582 (acquisto della cittadinanza – carattere discrezionale – circostanze atte a dimostrare l’integrazione nel tessuto sociale)
Le valutazioni finalizzate all’accertamento di una responsabilità penale si pongono su di un piano assolutamente differente ed autonomo rispetto alla valutazione del medesimo fatto ai fini dell’adozione di un provvedimento amministrativo con la possibilità che le risultanze fattuali oggetto della vicenda penale possono valutarsi negativamente, sul piano amministrativo, anche a prescindere dagli esiti processuali.
La concessione della cittadinanza italiana è frutto di un’attività discrezionale che si esplica in un potere valutativo circa l’avvenuta integrazione dello straniero nella comunità nazionale sotto molteplici profili. In particolare, la discrezionalità non può che tradursi in un apprezzamento di opportunità, circa lo stabile inserimento dello straniero nella comunità nazionale; quanto sopra sulla base di un complesso di circostanze, atte a dimostrare l’integrazione del soggetto interessato nel tessuto sociale, sotto il profilo delle condizioni lavorative, economiche, familiari e di irreprensibilità della condotta. L’art. 6, l. n. 91 del 1992 indica, invece, alcune ipotesi preclusive all’acquisto della cittadinanza italiana richiesta ai sensi dell’art. 5 della medesima legge, ma che si devono ritenere applicabili a fortiori anche all’ipotesi della cittadinanza richiesta ai sensi dell’art. 9, lett. f), l. n. 91 del 1992.

Consiglio di Stato, sez. VI, 03/02/2011, n. 766 (acquisto della cittadinanza – carattere discrezionale (mezzi di sostentamento – solidarietà nella collettività nazionale – prelievo fiscale))
Il diniego della concessione della cittadinanza non impedisce la riproposizione dell’istanza. È evidente infatti che, resta comunque salva la possibilità, per l’interessato, di riproporre la domanda al verificarsi di tutte le condizioni legittimanti, non ostandovi il pregresso diniego (trattandosi di provvedimento reso sotto la condizione implicita “rebus sic stantibus”).
Legittimamente viene negata la cittadinanza italiana in carenza di prova in ordine ai mezzi di sostentamento necessari per la stabile permanenza in Italia, anche se di fatto vi provvede il padre del richiedente. Infatti la verifica della Amministrazione in ordine ai mezzi di sostentamento dell’istante non è soltanto funzionale a soddisfare primarie esigenze di sicurezza pubblica, considerata la naturale propensione a deviare del soggetto sfornito di adeguata capacità reddituale; ma è anche funzionale all’accertamento del presupposto necessario a che il soggetto sia poi in grado di assolvere i doveri di solidarietà sociale di concorrere con i propri mezzi, attraverso il prelievo fiscale, a finanziare la spesa pubblica funzionale all’erogazione dei servizi pubblici essenziali.

Consiglio di Stato, sez. VI, 24/04/2009, n. 2561 (Giustizia amministrativa – Competenza per territorio – Controversia riguardante il diniego di cittadinanza italiana – TAR Lazio sede di Roma – Ragioni)
La controversia originata dal ricorso avverso il diniego della cittadinanza italiana rientra nella competenza del Tar Lazio, Roma, poiché il provvedimento impugnato, oltre che provenire dal Ministero dell’Interno, e quindi da un organo centrale dello Stato, esplica i suoi effetti su tutto il territorio nazionale poiché impedisce al richiedente l’acquisto dello status di cittadino italiano.

L’ISTITUTO DELLA CITTADINANZA ITALIANA

  • Il termine “cittadinanza” indica il rapporto tra un individuo e lo Stato di appartenenza; rappresenta uno status al quale l’ordinamento giuridico ricollega il godimento dei diritti civili e politici. In Italia il moderno concetto di cittadinanza si sviluppa a partire dal momento della costituzione dello Stato unitario ed è attualmente disciplinato dalla Legge 5 febbraio 1992 n. 91 e relativi regolamenti di esecuzione (DPR 12 ottobre 1993 n. 572 e DPR 18 aprile 1994 n. 362).
  • La cittadinanza italiana normalmente si acquista con la nascita:
  • iure sanguinis, se si nasce o si è adottati da cittadini italiani (anche se è cittadino italiano uno solo dei genitori);
  • iure soli, se si nasce in territorio italiano e i genitori sono apolidi o ignoti o non possono trasmettere la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza, oppure se si nasce in territorio italiano da genitori stranieri risiedendo legalmente ed ininterrottamente in Italia dalla nascita fino al raggiungimento della maggiore età (in questo ultimo caso il soggetto deve dichiarare di voler acquistare o meno la cittadinanza italiana entro un anno dal raggiungimento della maggiore età).
  • In alternativa, la cittadinanza si può acquisire a seguito di una manifestazione di volontà: può, infatti, essere richiesta dallo straniero non comunitario che risiede in Italia da almeno 10 anni ed è in possesso di determinati requisiti – tra cui, in particolare, reddito sufficiente al sostentamento, assenza di precedenti penali, assenza di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica (non è necessario avere commesso dei reati della specie, ma è sufficiente essere stati segnalati per comportamenti altamente sospetti in ordine alla sicurezza dello Stato). Numerosi sono i casi per i quali il periodo di residenza occorrente è inferiore: 3 anni per lo straniero di cui il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati italiani per nascita o per lo straniero nato in Italia e ivi residente, 4 anni per il cittadino di uno Stato aderente all’Unione Europea e 5 anni di residenza legale successivi all’adozione per lo straniero maggiorenne o al riconoscimento dello status per l’apolide o il rifugiato politico; non è previsto il requisito della residenza per lo straniero che ha prestato servizio anche all’estero per lo Stato Italiano per almeno cinque anni.
  • Dal momento che la concessione della cittadinanza è un provvedimento discrezionale – non esiste, cioè, alcun obbligo di soddisfare la richiesta da parte dell’Autorità cui questa viene rivolta – situazioni quali, ad es., una querela rimessa o un piccolo precedente penale possono essere considerate sintomo di un atteggiamento asociale o di una scarsa integrazione nel contesto di appartenenza, e contribuire al rigetto della richiesta stessa.
  • La residenza stabile in Italia può essere sicuramente dimostrata in base alle risultanze anagrafiche, ma è possibile utilizzare allo scopo qualsiasi altra documentazione idonea (p. es., bollette di fornitura di luce / gas, contratto di affitto).
  • Si può diventare cittadini italiani, sempre facendone richiesta, anche a seguito di matrimonio con un cittadino italiano. In tale ipotesi è necessario aver risieduto legalmente in Italia per almeno 2 anni dopo il matrimonio (termine ridotto della metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi – se si risiede all’estero occorre attendere 3 anni, termini ridotti alla metà in presenza dei figli); il matrimonio deve essere valido ed il vincolo coniugale attuale nel momento dell’adozione del decreto; infine è parimenti indispensabile che non sussistano precedenti penali per delitti contro la personalità dello Stato o per i quali sia prevista una pena non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione, sentenze di condanna da parte di un’Autorità giudiziaria straniera ad una pena superiore ad un anno per reati non politici, oppure motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica.
  • E’ inoltre possibile che la cittadinanza venga concessa con Decreto del Presidente della Repubblica per meriti speciali allo straniero che abbia reso eminenti servizi all’Italia, o quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato; l’avvio della procedura non richiede un atto di impulso del soggetto interessato, ma necessita di una proposta avanzata da enti, personalità pubbliche o associazioni che comprovino una diffusa valutazione circa la sussistenza dei requisiti previsti dalla legge in capo all’eventuale destinatario; è comunque sempre necessaria la dichiarazione di assenso dell’interessato all’acquisto della cittadinanza.
  • Infine, il riconoscimento della cittadinanza italiana può avvenire anche in base a leggi speciali (L. 14 dicembre 2000 n. 379 per le persone nate e già residenti nei territori dell’ex Impero austro-ungarico e ai loro discendenti; L. 8 marzo 2006 n. 124 per i connazionali residenti dal 1940 al 1947 in Istria, Fiume e Dalmazia e per quelli residenti sino al 1977 nella zona B dell’ex Territori
  • L’acquisto della cittadinanza italiana non determina la perdita della cittadinanza originaria (né viceversa: è ammessa, difatti, la c.d. “doppia o tripla cittadinanza”) a meno che lo Stato di provenienza (o acquisizione) non imponga la scelta.
  • Diversa cosa è la cittadinanza europea: essa non rappresenta un vero e proprio status che si acquisisce. Ogni cittadino di un Paese membro della UE, oltre alla cittadinanza del paese di origine, gode anche della cittadinanza europea. Secondo la testuale dizione del trattato di Maastricht (TUE), è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro.
  • La cittadinanza dell’Unione europea comporta una serie di norme e diritti ben definiti, che si possono raggruppare in quattro categorie:
  • • la libertà di circolazione e di soggiorno su tutto il territorio dell’Unione;
  • • il diritto di votare e di essere eletto alle elezioni comunali e a quelle del Parlamento Europeo nello Stato membro di residenza;
  • • la tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro in un paese terzo nel quale lo Stato di cui la persona in causa ha la cittadinanza non è rappresentato;
  • • il diritto di presentare petizioni al Parlamento europeo e ricorsi al mediatore europeo.
  • Il primo passo necessario per ottenere la cittadinanza italiana è costituito dalla presentazione della richiesta di cittadinanza, che); la pratica, una volta inviata, viene inserita in un sistema interattivo al quale accedono in contemporanea tutti i vari organi che si occupano del procedimento.
  • Il primo controllo che viene effettuato è un controllo di formalità sui documenti presentati (Prefettura), quindi ha inizio l’iter di formazione del procedimento: i documenti vengono inseriti in un fascicolo elettronico di modo da consentire l’istruttoria durante la quale vengono effettuate le verifiche sulla documentazione presentata, acquisiti pareri dai vari organi coinvolti e raccolte informazioni e dati, effettuate le indagini riguardo la residenza effettiva del richiedente, il suo nucleo familiare, il grado di integrazione, la sicurezza, le fonti di reddito, la conoscenza della lingua italiana e via dicendo; a completamento delle indagini, le Forze di Polizia provvedono ad effettuare controlli sulla condotta del richiedente cittadinanza e dei suoi familiari: è sulla base delle informazioni ottenute durante questa fase che il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Direzione Centrale Cittadinanza – del Ministero dell’Interno valuterà se concedere o meno la cittadinanza.
  • La valutazione del grado di integrazione si basa sulla sufficiente conoscenza dei principi dell’ordinamento giuridico italiano – che emergono per mezzo di semplici domande effettuate dalla polizia durante il colloquio – e sulla valutazione della posizione lavorativa e reddituale dell’istante: è dunque necessario che il richiedente porti con sé tutta la documentazione inerente il proprio reddito e quello di ogni membro della famiglia convivente e che specifichi se l’alloggio nel quale risiede – che deve essere adeguato al nucleo familiare – sia di sua proprietà o sia nella sua disponibilità in ragione di un contratto di locazione.
  • È richiesta, inoltre, un’adeguata conoscenza della lingua italiana (almeno livello B1).
  • Dal 1° giugno 2012 la cittadinanza per matrimonio viene decretata direttamente dalla Prefettura, sempre che nel corso dell’istruttoria non emergano elementi ostativi inerenti la sicurezza della Repubblica, caso in cui la competenza torna al Ministero dell’Interno (questa ipotesi rappresenta l’unico caso in cui l’ottenimento della cittadinanza costituisce un diritto soggettivo e non un interesse legittimo).
  • Il secondo passo dell’iter di concessione della cittadinanza si svolge presso il Ministero della Giustizia: qui viene rilasciato il rapporto del Casellario Giudiziale, che riporta non solo le condanne eventualmente subite dal richiedente ma anche una informativa sui suoi trascorsi penali e sui carichi pendenti, pure se minimi; tutti questi dati vengono trasmessi direttamente per via telematica dal Tribunale competente.
  • L’ultima fase del procedimento è costituita dal parere del Dipartimento della Pubblica Sicurezza: questo, all’esito dell’esame di tutti i dati raccolti e di quelli che gli vengono forniti dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale, che dipende dal Dipartimento stesso, emette un parere nel quale determina se il richiedente cittadinanza italiana possa o meno essere considerato un pericolo per l’ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato; con questo parere termina l’istruttoria e la pratica passa al Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Direzione Centrale Cittadinanza – del Ministero (fase valutativa) il quale, a seconda di quanto è emerso durante la fase istruttoria, può in alternativa:
  • – richiedere ulteriori indagini nel caso vi siano dei dubbi;
  • – predisporre il decreto di diniego della cittadinanza qualora siano emerse criticità per lo Stato o la documentazione fosse carente dei requisiti di legge;
  • – sentito il Consiglio di Stato, predisporre il decreto di concessione della cittadinanza ai sensi art. 9 L.91/92, che deve essere inviato alla firma del Presidente della Repubblica.
  • Completato così il procedimento di formazione, il decreto viene trasmesso alla Prefettura per la notifica all’interessato: da questo momento ci sono 6 mesi di tempo per prestare il giuramento presso il Comune di residenza pena l’inefficacia del provvedimento (l’acquisto dello status decorre dal giorno seguente il giuramento).
  • Il termine per la definizione del procedimento è di 48 mesi dalla data di presentazione della domanda, decorso inutilmente il quale l’interessato può rivolgersi al Tribunale Civile del luogo ove risiede per chiedere una sentenza che accerti la cittadinanza (il termine è stato modificato di recente, ma con effetti retroattivi: si applica, cioè, anche alle richieste già pendenti al momento dell’entrata in vigore della modifica). L’eventuale rifiuto di concessione della cittadinanza deve essere anticipato dal preavviso di rigetto ai sensi dell’art 10 bis della legge 241/90 (comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza), in difetto del quale l’interessato riacquista la possibilità di integrare la documentazione mancante o presentare eventuali elementi utili al perfezionamento dell’istanza.
  • In caso di preavviso di rigetto ex art. 10 bis L. 241/90, l’Amministrazione comunica al richiedente la propria intenzione di respingere l’istanza invitandolo a presentare alla stessa Amministrazione una memoria scritta entro 10 giorni. Vi è dunque la possibilità di avviare un dialogo tra la P.A. procedente ed il soggetto istante prima che il procedimento addivenga alla fase strettamente decisoria, e se le argomentazioni presentate dall’istante risultino fondate l’amministrazione procedente potrebbe rivedere il proprio orientamento e decidere anche di concedere la cittadinanza. La possibilità di interloquire con la P.A. prima del rigetto dell’istanza costituisce inoltre una forma di tutela endoprocedimentale, anticipata rispetto al ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento negativo, che potrebbe portare ad un esito favorevole all’istante in tempi decisamente più brevi e a costi inferiori. In ogni caso, la presentazione “per iscritto di osservazioni, eventualmente corredate da documenti” è essenziale per dimostrare di non aver manifestato, in nessun modo, acquiescenza rispetto al provvedimento di diniego preannunciato dall’Amministrazione e insieme per rimarcare una ferma motivazione ad ottenere la cittadinanza.
  • La cittadinanza viene revocata ai colpevoli di reati con finalità di terrorismo. La revoca della cittadinanza è adottata con Decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministero dell’Interno, entro tre anni dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna.
  • Nel caso in cui, invece, si arrivi al provvedimento di diniego della cittadinanza italiana si può proporre ricorso al TAR del Lazio – sede di Roma – perché accerti se la Pubblica Amministrazione, sulla base degli elementi acquisiti, abbia o meno provveduto correttamente nel respingere l’istanza (la competenza del TAR del Lazio è stata affermata dal Consiglio di Stato in quanto il ricorso investe un atto – diniego di conferimento della cittadinanza italiana – emesso da una Autorità centrale dello Stato ed avente efficacia erga omnes e sulla base di principi rilevanti per la collettività nazionale in cui tale soggetto aveva chiesto di inserirsi – decisione 2561 del 24/04/2009).

Il precedente Parlamento aveva discusso un testo di modifica della legge attualmente in vigore che prevede il c.d. “ius soli temperato”:
– i bambini figli di stranieri che nascono in Italia acquisiscono la cittadinanza se almeno uno dei due genitori “è residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni, antecedenti alla nascita” o anche se uno dei due genitori, benché straniero, “è nato in Italia e ivi risiede legalmente, senza interruzioni, da almeno un anno” – la cittadinanza italiana verrebbe assegnata automaticamente al momento dell’iscrizione alla anagrafe;
– i minori nati in Italia senza questi requisiti e quelli arrivati in Italia sotto i 12 anni potranno ottenere la cittadinanza se avranno “frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale”;
– i ragazzi arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, infine, potranno avere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni e aver frequentato “un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo